Kairo (Pulse, JPN 2001)

Kairo (Pulse)In un post apposito, in un futuro piu’ o meno vicino, mi cimentero’ in un’analisi magari anche fortunosamente interessante del filone horror giapponese che apprezzo molto, anche se sono conscio del fatto che molte cose mi sfuggono, quelle piu’ legate alla cultura ed al simbolismo giapponese in particolare. Passo al pezzo, ora, che’ il tempo stringe.
Kairo, di Kurosawa (non quello famoso, un altro), mi è piaciuto a metà. Un concetto agghiacciante alla base: la morte altro non è che solitudine eterna, continuo e straziante girovagare per dimensioni affollate di anime che non si toccano, non si parlano, non interagiscono. Un contrappasso, forse: nell’era della comunicazione che fingendo di unire tutti, tutti ci divide, siamo condannati ad un’eternità di solitudine.
Ecco. L’idea e’ agghiacciante. Lo svolgimento è gradevole a tratti, a tratti soporifero. Ma forse altro non è che un espediente narrativo, in effetti non nuovo per l’horror del Sol levante. E’ che qui la lentezza e’ esasperante, ed il rischio e’ che il sofisticato ragionamento dell’autore-regista si perda in un’inerzia a volte un po’ troppo forzata.
In ogni caso una sufficienza, più che meritata. Ed un augurio: mi auguro, davvero, che inferno o paradiso che sia, qualche altro posto in cui gioire, o soffrire, in compagnia per l’eternità esista. La sola idea di continuare ad essere (non vivere, ma sentire e soffrire) da soli in eterno e’ l’orrido.

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